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2018

ottobre Tra le mie varie conferenze segnalo una PRIMA assoluta: "FOTOGRAFIA e SPIRITUALITA' - Fotografare in comunione con l'Universo" a Campi Bisenzio

ottobre Mostre "San Rossore" e la novità "IL RAPIDO CONFINE" nel bellissimo Chiostro di Cennano, a Montevarchi

settembre Mostra NEW MAYIM nell'ambito di FotoincontriOFF a Bibbiena

maggio Dopo due anni sabbatici: Collettiva nella Galleria milanese QUINTOCORTILE, dal titolo Figurativastrattivo nell'ambiìto del FOTOFESTIVAL, con l'opera unica "Ordinary wonder".

aprile 4° incontro di "Carlo Delli . CREATIVE LIFE" a Marina di Carrara organizzzato dal Circolo Fotografico Apuano

aprile Conferenza per la chiusura del Corso di Fotografia di Roberto Evangelisti al CRDU dell'Università di Pisa

marzo Conferenza "Ricerca, reportage, street photography o foto singola...in pratica" a Calci organizzata da IL GRUPPO

febbraio Collettiva d'Arte  "Più di trenta" , Studio Gennai, Pisa.

febbraio Conferenza "Ricerca, reportage, street photography o foto singola...in pratica", presso il Circolo Fotografico San Giorgio di Albenga SV

2017

giugno Nella splendida cornice della Certosa di Calci sono relatore al workshop "Fotografare il comportamento animale"

giugno Interessante e proficua presentazione del mio libro "... nelle nostre ossa" presso la Coop di Porta a Mare a Pisa!!

maggio Serata di Creative Life a Campi Bisenzio, su invito del grande Giorgio Tani presso il Gruppo fotografico IDEA VISIVA

maggio Sono relatore alla Gionata di Studio "Piante e animali" alla Facoltà di Agraria di Pisa

aprile Con grande piacere sono stato invitato a Firenze dal fotoclub IL CUPOLONE per una serata su fotografia e poesia.

marzo Davvero molto interessante il convegno su Astrattismo e Natura a Palazzo Vitelli a Pisa, che mi ha visto tra i relatori.

febbraio 100° conferenza!!!  Presso il Circolo FotoCineGarfagnana, a Castelnuovo Garfagnana, "INCONTRO CON l'AUTORE-CARLO DELLI"

a gennaio è uscito il mio Ebook, che è anche un AUDIOLIBRO, "...sulle nostre ossa", che racconta una breve ma intensa storia in liriche e fotografie. Lo trovate su www.intrecciedizioni.it o su Ibook dell'Apple Store.

11 novembre 2016: I° incontro Carlo Delli . creative life , Pisa, via Valgimigli 1

22 aprile 2016: sono relatore all'incontro-dibattito su "Etica e atto fotografico oggi" alla Scuola Superiore S.Anna di Pisa.

Marzo 2016: la mia opera "La Terra non ci guarderà mai", appositamente creata per il tema "Il cinema e lo sguardo degli altri" è esposta al MAM - Museo Arte Moderna - di Cosenza.

Dal 26 settembre al 18 ottobre 2015 ho esposto un dittico di Fotografie e FotoScultuRes al Museo di Arte Contemporanea Carà di Muggia-Trieste.

New York !!! Dal 21 maggio al 3 giugno 2015 esposizione di fotografie e fotosculture della serie "Mari" nella bella ONISHI Gallery nel quartiere artistico di Manhattan, Chelsea, comprese nella mostra "The vibrancy of being human".

Aprile 2015: impegnativo SOLO STAND alla Fiera M.I.A. , Milan Image Art, insieme alla Galleria Spaziofarini6 di Milano.

Aprile 2014: emozionante mostra personale nella Galleria 10.2! International Research Contemporary Art di Milano, curata da Gigliola Foschi, con le fotografie de I racconti di Mayim e il Video IO sono molto più di mayim n°1.

Dal 21 dicembre 2013 al 30 marzo 2014 la mia mostra "Dell'acqua e della luce" nelle due grandi sale del secondo piano di Palazzo Lanfranchi a Pisa. 24 fotografie in grande formato tra cui le 10 inedite di "IN UTERO".

Nell'agosto 2013 una mia opera e un mio testo poetico alla collettiva Luci e ombre - Tornare @ Itaca a Grimaldi, in Calabria. La mostra è replicata a Milano in novembre-dicembre.

Nel giugno 2013 ho partecipato alla collettiva "Natura permanente e la Cura - l'acqua, l'aria" a Palazzo Pirola a Gorgonzola, con testi di Eleonora Fiorani, con le opere Mare n°3 e Mare-fuori serie n°1.

Nel maggio 2013 sono stato presente alla collettiva "Shop_Les jeux d'amour" nella Galleria OSTRAKON di Milano, con un'opera di FotoSculptuRes in vetro, fotografia, legno e resina, della serie "Nell'ora che mi conosci".

Novembre 2012: per la seconda volta sono all'evento "ARTISTA DI LIBRO" alla Galleria 10.2! di Milano con l'opera "...sulle nostre e sulle vostre ossa".

Il 24 maggio 2012 ho presentato il mio libro d'arte "Trattato sull'apparizione delle lettere e delle immagini" nella galleria DIE MAUER a Prato, insieme al prof. Massimo Mussini.

Aprile-agosto 2012: due mie opere della serie "I racconti di Majim" - in formato 66x100cm sotto plexiglass - alla mostra "Acqua è energia" all'Acquario Civico di Milano nell'ambito di PhotoFestival 2012.

L'evento-mostra ARTISTA di LIBRO mi ha visto tra gli 8 partecipanti alla Galleria 10.2! di Milano. Il vernissage, sabato 8 ottobre 2011, è stato molto positivo!

Il 10 giugno 2011 ho presentato all'SMS di Pisa il mio libro fotografico NATURA di S.ROSSORE-CREAZIONI. Tanta gente, tanti fotografi, tanti amici! davvero una serata emozionante, grazie a tutti!

Nel maggio 2011 è stata aperta nella sede milanese della Galleria 10.2! International Research Contemporary Art la mia mostra "Fotocreature DigOut", curata da Lorella Giudici e Denis Curti.

Febbraio 2011: ho partecipato alla Fiera d'Arte AFFORDABLE ART FAIR - MILANO www.affordableartfair.com come artista della Galleria milanese 10.2! International Research Contemporary Art !! www.diecipuntodue.it

Il 29 gennaio 2011 si è tenuto l'evento CARLODELLI - POESIA, FOTOGRAFIA e IMMAGINE nell'Aula Magna del S.Anna a Pisa, con Bob Evangelisti, Athos Bigongiali e Pierantonio Pardi

Una mia opera è stata presente all'evento "TUTTO IN UNA SCATOLA... D'ARTISTA" nella Biblioteca di Filosofia e Storia, a Pisa, dal 2/10 fino al 31/12/2010

Nel luglio e agosto 2010 si è tenuta la mostra I racconti di Majim e altre storie nei grandi spazi dello STUDIO GENNAI di PISA.

Dal 14 al 27 maggio 2010 ho tenuto la mostra FOTOCREATURE-INSIDER EXPOSITION nel bellissimo spazio dello Studio d'Arte Pucci a Pietrasanta.

Dal 17 aprile fino al 18 maggio 2010 mostra personale "MAJIM-Fotocreature" all'SMS in San Michele degli Scalzi a PISA, nell'ambito de "IL FUTURO DELL'ACQUA".

12/2009 La FIAP mi ha conferito la sua massima onereficenza: MAESTRO FIAP.

11/2009 E' nato il "TRATTATO sull'APPARIZIONE delle IMMAGINI e delle LETTERE", una edizione speciale in due tirature limitate del mio ultimo libro di poesie.

11/2009 Col progetto FOTOCREATURE DIG-OUT sono uno dei 24 finalisti del XIII Premio Internazionale MASSENZIO ARTE a ROMA. (vedi www.massenzioarte.it).

07/2009 E' terminata il 23 luglio una mia mostra nel bellissimo ambiente SPAZIO81-MORE a Milano. Si può vedere nella sez. MOSTRA MILANO 2009 nel mio sito principale (www.fotocreature.com)

07/2009 Ho realizzato una foto per la copertina del disco "Sorry but I feel so bad" del gruppo rock "The Blacklies": vedere su www.theblacklies.com.

15 maggio 2009: sono stato presente al Circolo fotografico LE GRU di Valverde (Catania) alla inaugurazione di una mia mostra con un interessante dibattito. Grazie agli amici siciliani!!

11/2008 Un mio ritratto in b/n del poeta Alberto Caramella è sulla copertina del doppio CD "Il soggetto è il mare" con musiche di Gianmario Liuni e testi di Alberto Caramella

FOTOGRAFIE e IMMAGINI FOTOPRODOTTE

Una proposta terminologica

Come siamo diventati Homo sapiens sapiens ? Con un modo nuovo di camminare: il bipedismo perfetto. La mano, libera dalla deambulazione, ha iniziato ad illuminarci la mente, ma sono state poi le parole che formando il nostro principale linguaggio l’hanno finalmente accesa. È propriamente vero che il Verbo ci ha creati! Siamo quali siamo per il nostro linguaggio verbale che non è solo espressivo e comunicativo, come i linguaggi animali, ma è anche descrittivo, espositivo e soprattutto argomentativo-critico.
.   Le singole parole sono essenziali e non secondarie nello sviluppo del nostro pensiero, perché noi pensiamo per lo più usando le parole, e anche quando pensiamo per immagini associamo loro quasi sempre la parola. In più è fondamentale sapere che le parole hanno anche un grandissimo potere inconscio: ci condizionano sempre e molto anche senza che ce ne rendiamo conto.
.   Quindi il significato che personalmente attribuiamo a una parola è cosa essenziale e non secondaria. Da tutto ciò deriva che per occuparci con correttezza di un argomento dobbiamo avere a disposizione non solo le parole che lo riguardano, ma soprattutto avere chiaro il loro significato. Cosa intendiamo allora quando pensiamo in noi, oppure quando pronunciamo verso altri, la parola “fotografia”?

Conoscere la storia della fotografia è indispensabile per capirla bene. La fotografia è una di quelle relativamente rare invenzioni così importanti da dividere la storia dell’umanità in un prima e in un dopo.
.   È sempre stata un sogno fin dalle radici della civiltà, una cosa agognata e quasi insperata; ne parlavano già i greci, e in un romanzo del 1700 erano addirittura gli alieni a portare sulla Terra una sostanza che, spalmata su superfici, formava e tratteneva l’immagine della realtà che aveva di fronte.
.    Il punto di partenza imprescindibile dovrebbe essere scontato ma mi pare che qualcuno se lo dimentichi: per fotografare qualcosa questo qualcosa deve esistere materialmente e bisogna averlo davanti all’obiettivo (o comunque davanti alla superficie fotosensibile – penso al foro stenopeico). I fotoni devono realmente e materialmente partire dai soggetti e arrivare sulla superficie fotosensibile: questo rapporto diretto e la sua automaticità sono la novità assoluta e l’essenza della “fotografia”. Infatti per i semiologi la fotografia è un indice, cioè uno “stampo” di ciò che rappresenta, e non ha niente a che vedere ad esempio con la pittura che invece è sempre un simbolo. *appendice 1-Giorgio Rigon

Questo punto è molto importante, e quindi lo ripeto riprendendo il confronto con la pittura. La pittura è un simbolo e non potrà che essere un simbolo, non è e non può mai essere un indice. La fotografia invece ha la sua peculiarità nell’essere un indice, ma può ben essere anche un simbolo, sia come fotografia vera e propria sia come immagine ottenuta manipolandola! Ecco qui la forza poderosa della fotografia rispetto agli altri linguaggi rappresentativi! Tra i più importanti linguaggi rappresentativi solo la fotografia ha un rapporto diretto con ciò che rappresenta, solo la fotografia è un indice.

Altro punto essenziale è il concetto di “rappresentazione”: il primo significato di rappresentare è: “far presente” attraverso un linguaggio ciò che esiste ma che non abbiamo davanti perché lontano nel tempo e/o nello spazio. Ma il verbo “rappresentare” è sconosciuto a molti possessori di macchine fotografiche, cosa molto strana dato che la fotografia è rappresentazione della realtà VISIVA tramite il linguaggio fotografico.
.     Dire che una fotografia sia realtà è una palese idiozia. Credo che molti fotografi sostituiscano erroneamente la parola “rappresentazione” con la parola “riproduzione”, che vuol dire fare una copia uguale all’originale; in pratica dicono “rappresentare” ma intendono “riprodurre”. E allora per loro la fotografia non può rappresentare la realtà, perché così dicendo intendono che la riproduce, ed è ovvio e banale che una fotografia non lo faccia.* appendice 2 - la realtà

Inoltre fotografi e critici omettono quasi sempre un aggettivo fondamentale: VISIVA. La fotografia ha a che fare solo con la parte visiva della realtà. Ora di sicuro la vista è il senso di gran lunga più importante per conoscere la realtà, ma non è l’unico. La realtà è essenzialmente inconoscibile nella sua totalità, l’argomento è chiaramente abissale, ma questo è un motivo in più per parlare in modo corretto.
.     È dannoso pensare e dire che l’aggettivo “visiva” sia sottinteso quando parliamo di fotografia, è invece assolutamente necessario metterlo sempre. La fotografia si occupa della “realtà visiva” e tramite questa può rappresentare oggetti e fatti; poi, e solo poi, tramite questi oggetti può simboleggiarne altri e addirittura può arrivare a veicolare idee astratte o impalpabili, ma tutto questo è un plus della fotografia, non ne è l’essenza.

Chi ha inventato la fotografia ha spalancato la porta a effetti psicologici immensi, senza fondo, soprattutto per il rapporto esclusivo e terrificante che questa ha col tempo: prima ne cristallizza solo una porzione, e poi la mantiene immutata a dispetto del resto del tempo, che continua a scorrere.
.     Ma si è aperto anche un mondo materiale e tecnico: pellicole e sensori, obiettivi i più diversi, diaframmi, tempi di esposizione corti o lunghi, scatti in sequenza, etc etc, per cui quello fotografico è un linguaggio ricchissimo di strumenti, che possono essere usati su soggetti infiniti, in modi infiniti, da personalità e sensibilità infinite! Come dico io: un infinito al cubo! Un linguaggio tale che il fotografo può non solo documentare ma anche esprimere la sua personalità, può narrare, e può addirittura creare, pur rimanendo dentro la “fotografia”, senza cioè “alterare” quello che ha registrato la macchina fotografica.     

Ed eccoci ad “alterare”, altra parola chiave. Attenzione, vale qui non in senso dispregiativo ma solo nella sua etimologia latina di alter: trasformare in qualcosa di diverso, rendere “altro” rispetto all’originale. Oggi, dopo lo scatto, sono praticamente obbligatori degli aggiustamenti, ma se l’idea del fotografo è quella di rimanere all’interno della “fotografia”, le modifiche devono essere minime e comunque tali da non trasformare l’immagine in “altro”, tali da far restare l’immagine come uno stampo automatico, un indice, di ciò che si poteva vedere davanti all’obiettivo al momento dello scatto.

Senza fotografia ci sarebbe un’altra storia dell’umanità così come nessuno di noi sarebbe lo stesso senza la fotografia. Pochi esempi sui miliardi possibili. Tre sul piano generale, molto noti.
.   Uno: la Security Farm Administration degli Stati Uniti produsse una impressionante documentazione fotografica sulle durissime condizioni di lavoro nel paese dalla metà degli trenta del novecento, compreso lo sfruttamento minorile, e queste foto indussero il Congresso a modificare la legislazione e migliorare così la vita di milioni di persone.
.   Due: pensate cosa ha voluto dire in termini di percezione dell’accaduto, vedere le fotografie delle cataste di cadaveri nei campi di Auschwitz, e pensate se non ci fosse stata nessuna documentazione fotografica.
.   Tre: nel 1968 in casa cominciai a sentir parlare di un dramma che si svolgeva in Africa e che divenne sùbito un modo di dire generale: il Biafra; quei bambini scheletriti che morivano di fame ci colpirono profondamente perché li vedevamo nelle prime foto del genere, e nessuna descrizione a parole avrebbe potuto nemmeno lontanamente avere quello stesso effetto.
.     Poi un esempio sul piano personale: alcune fotografie di mia figlia piccola mi fanno emozionare profondamente, tanto che mi pare di essere lì a quel tempo e a volte guardandole sento l’odore di mia figlia a quell’età! Credo che nemmeno il più bel ritratto che io avessi fatto mi darebbe le stesse sensazioni.
.     Ma perché il Congresso cambiò la legislazione sul lavoro? Perché le foto dei campi di concentramento hanno cambiato la percezione della guerra? Perché la tragedia del Biafra diventò un modo di dire? Perché le foto di mia figlia mi danno un’emozione così intense? Tutto per il medesimo motivo: quelle immagini rappresentano visivamente la realtà! Quegli orrori o quelle gioie esistevano realmente! Hanno impressionato materialmente la pellicola e per questo impressionano la nostra mente e il nostro animo!
.   E si ritorna alla fotografia indice di realtà, che è la sua peculiarità, la sua essenza. Potrei continuare all’infinito, aggiungo che con l’indispensabile aiuto della fotografia si è progrediti in ogni campo della scienza, dalla comprensione dell’Universo macroscopico alla fisica subatomica, dalla biologia alla medicina.
.     Finisco questo paragrafo sottolineando la differenza tra fotografia e altre forme artistiche di linguaggio, con le parole del prof. Massimo Mussini: “La fotografia non contraffatta ha un fascino che nessuna opera d’arte può eguagliare, ed è quello della rievocazione. Ciò che guardo è esistito. L’immagine rielaborata in camera oscura, oppure ricostruita elettronicamente, entra a fare parte di un altro mondo, quello dell’immaginazione ... e in questo secondo ambito, la fotografia perde gran parte della sua peculiarità…”

In definitiva, storicamente e fattivamente, “fotografia” ha un suo peculiare significato; per me è una parola quasi sacra, e non voglio pronunciarla davanti a immagini che fotografie non sono più.

.   Ci sono sempre stati molti modi di “alterare” il risultato fotografico nel momento stesso dello scatto, ad esempio usando filtri, esagerando l’esposizione, muovendo la fotocamera, e in mille altri modi; c’è poi il vasto tema delle situazioni preparate ad hoc, cioè delle messe in scena; ma mi concentro in questa sede sulle alterazioni fatte in una fase successiva allo scatto.    
.   Come chiamare un’immagine di derivazione fotografica, ma successivamente alterata? Sento dire “immagine fotografica”, ma “immagine “ è troppo generico, e la fotografia stessa è comunque una immagine. Ecco quindi una proposta terminologica: oggi per le modifiche successive allo scatto si parla spesso di post-produzione, e allora per le fotografie poi alterate credo che possiamo efficacemente usare l’espressione “IMMAGINE FOTOPRODOTTA”, contratta magari in “fotoprodotto” se il contesto lo permette. * appendice 3 – elettronografia

Premesso con fermezza che fotografia e immagine fotoprodotta hanno ambedue pari dignità, credo sia comunque molto importante distinguerle, anche verbalmente. E pongo per questo due domande.
.     La prima: è facile distinguerle in pratica? Sarà facilissimo se l’intenzione dell’Autore è quello di palesare l’alterazione o, pur non volendolo palesare, non è però bravo a usare i programmi di fotoritocco e si fa scoprire. Sarà però impossibile distinguerle se l’Autore ci vuole imbrogliare ed è un bravo ritoccatore (in questo caso potremmo anche dire taroccatore): senza la sua ammissione o circostanze terze noi rimaniamo inesorabilmente imbrogliati. Questo è un problema primario nella civiltà delle immagini: nella stragrande maggioranza dei casi non potremo avere certezze, prendiamone atto e stiamo in guardia. È proprio in quest’ottica che Salgado ha recentemente affermato con ragione che la fotografia è morta, quasi sempre infatti non abbiamo la minima possibilità di sapere se quello che vediamo sia un’immagine fotoprodotta o una fotografia.
.     Ci sono però anche possibilità positive: tutti i casi in cui il giudizio è aperto, i casi cioè in cui l’Autore, pur dichiarando le modifiche, può sentirsi ancora dentro i limiti della fotografia mentre per altre persone li ha superati. Questo è lo stimolante campo del confronto: conoscendo prima la differenza teorica, si può poi discutere la pratica con cognizione di causa, guidati dalla nostre sensibilità, cultura ed esperienze personali.

La seconda domanda: è utile prendere atto della loro diversità?
.   Si entra ancor più nelle preferenze personali, potete infatti dire di no. Secondo me invece sapere se siamo di fronte ad una fotografia o un’immagine fotoprodotta è molto importante.
.   Abbiamo già detto che se il fotografo si esprime mantenendo il rapporto indicale di rappresentazione della realtà visiva, pur usando comunque tutte le possibilità che il linguaggio fotografico gli permette, avremo una fotografia, che è un documento ma potrà avere in certi casi anche un valore narrativo o addirittura creativo.
.   Ma cosa ci fa presente una fotografia? Ci mostra intanto la realtà visiva che lo stesso fotografo ha colto e intendeva mostrarci. Poi, tramite questa, ci presenta poi l’idea che il fotografo voleva trasmetterci. Ma rappresenta in più tutto ciò che, pur essendo davanti all’obiettivo, il fotografo non ha guardato o non ha visto, ma che la superficie fotosensibile ha registrato! Mi rifaccio qui a ciò che Franco Vaccari chiama forse con termine improprio ma efficacissimo ”inconscio tecnologico” del mezzo tecnico e alla sua autonoma registrazione della realtà visiva. La fotografia rappresenta almeno tutto questo.
.     Cosa ci rende presente invece l’immagine fotoprodotta? Ci rende soprattutto - se non solamente - l’idea dell’Autore. Se rappresenta anche qualcos’altro è solo nei residui di fotografia rimasti. Sono un fotografo di Natura e vi porto questo esempio credo molto significativo: una fotografia di Natura rappresenta, oltre la mia idea, l’Energia Creatrice all’opera, se vi piace potete ben dire che rappresenta direttamente l’opera di Dio; se invece la altero e ne ricavo un’immagine fotoprodotta, ebbene questa rappresenta solo o soprattutto me stesso e la mia idea: vi pare la stessa cosa?!? Sono sicuramente cose molto diverse!

Attenzione però, sia chiaro che ottenere e usare le immagini fotoprodotte può essere altrettanto importante e dignitoso! Anzi dico di più: in taluni casi esprimersi con le immagini fotoprodotte può essere ancor più efficace che con le fotografie, al fine di  promuovere una buona causa, per suscitare una certa emozione, porre attenzione su un argomento concreto. Tuttavia un’immagine fotoprodotta è un’altra cosa rispetto a una fotografia.
.   A chi non interessa questa differenza dico che prendo atto del suo atteggiamento, è legittimo, ma gli dico anche di prendere atto a sua volta che a me invece interessa moltissimo.
.   Se troviamo su di una rivista l’immagine di un bambino morto (avevo fatto questo esempio ben prima che purtroppo accadesse davvero) i casi sono tre: 1) è una fotografia documentaria: quel bambino c’era ed era veramente morto in relazione all’argomento trattato; 2) è una “fotografia di scena”: il bambino è stato truccato e messo lì durante le riprese di un film, oppure dal fotografo stesso; 3) è un’immagine fotoprodotta: quel bambino è vostro figlio mentre dorme e tutto il resto lo avete messi voi digitalmente. Se non vi interessa sapere questo, e badate solo al messaggio, bèh, è lecito, ma sono gusti vostri. Ci sono casi di fotoreporter licenziati per aver taroccato, senza averlo dichiarato, le fotografie pubblicate sul Times o sul National Geographic, ci dicevano bugie, e per fortuna qualcuno pensa ancora che sia una cosa detestabile e sanzionabile.

Conclusione. Alterare le fotografie è stata un’attività nata il giorno dopo l’invenzione della fotografia stessa, ed è una possibilità meravigliosa, soprattutto con i mezzi odierni che ci permettono di scatenare la nostra fantasia e creatività. Le immagini fotoprodotte sono una possibilità straordinaria di espressione, non solo artistica, che tra l’altro uso anch’io. Ma come in ogni altro campo dell’operare umano possono essere usate per imbrogliare. Monumenti indiscutibili della fotografia come Alfred Stieglitz, Ansel Adams ed Henry Cartier-Bresson sono convinti che le fotografie possano avere a che fare con la “verità”; io non oso sostenere tanto, ma so per certo che le fotografie di per sé non dicono mai bugie! Siamo noi che possiamo interpretarle male e soprattutto sono i fotografi, e altre persone, che possono far dire loro bugie in milioni di modi diversi, prima, durante e dopo lo scatto.
.     Fotografie e immagini fotoprodotte arricchiscono entrambe in maniera straordinaria il nostro mondo e le nostre vite, ma sono molto diverse, e le parole ci devono aiutare a non confonderle, per non confondere il nostro mondo e le nostre vite.

* appendice 4: rappresentazione, indicalità ambiguità (epistolario con Mauro Pieroni)

carlodelli

Per la collaborazione nell’estensione, la modifica e il completamento di questo scritto ringrazio particolarmente Massimo Mussini, Mauro Pieroni, Giorgio Rigon, Giorgio Tani e Giancarlo Torresani, ma anche, per l’epistolario avuto, Silvano Bicocchi, Vincenzo Marzocchini,  Filomeno Mottola, Claudio Pastrone, Marcello Ricci e Piero Sbrana.

APPENDICI  a  “Fotografie e immagini fotoprodotte”

Appendice 1 – di Giorgio Rigon

Ben presto, si capì che, con la fotografia, era nato un nuovo linguaggio, diverso dalle parole, diverso dalle altre rappresentazioni iconiche come il

 

René Magritte, L'uso della parola,

1928-1929. Olio su  tela,54,5x72,5 cm. NewYork, Collezione privata

disegno e le arti figurative, un linguaggio che, nella coscienza comune, assolveva un ruolo subalterno rispetto a queste ultime. Oggi, grazie alla

moderna “Teoria Generale dei Sistemi"[1], ci si orienta sempre più verso un processo integrato nella percezione, nella lettura e nella critica dei prodotti delle arti visuali, dei mezzi per la comunicazione di massa, dei media pubblicitari. La fotografia non fa eccezione a questo sistema interdisciplinare.

Ma ben prima della formulazione della citata Teoria, molti artisti, a cominciare dal Futurismo e dal Dadaismo, avevano, provocatoriamente, integrato parole a figure. Emblematica, sotto questo profilo, l’opera pittorica di René Magritte ove l’uso della parola serve all’Autore a sottolineare la differenza tra soggetto reale e sua rappresentazione.

É ovvio che la pipa e la sua immagine non coincidono, hanno proprietà e caratteri diversi.
Eppure chiunque di noi, guardando una pipa disegna­ta, dipinta o fotografata, alla domanda "cos'è?" risponde "è una pipa". Ognuno ha quotidiana l’esperienza di questo curioso quanto inavvertibile equivoco dovuto alla convenzione che lega a ogni oggetto un nome. Questa contraddizione genera uno stato di shock che costituisce la poesia dell'opera che stiamo guardando.

Giorgio Rigon, Tavole parolibere, 1994, cm. 30x40, collezione privata

Inoltre il messaggio che il di­pinto ci trasmette è di tipo psicologico-concettuale e ci invita a riflettere che, molte volte, lo scopo dell'opera d'arte o della fotografia non è solo rappresentazione di per sé, ma stimolo per una riflessione.

Gli stilisti della moda, essi pure operatori d’arte, in tempi diversi, scoprono che il linguaggio parlato muta con il passare dei tempi, si creano neologismi,slogan, inglesismi che, se impressi capricciosamente sui capi di abbigliamento, possono caratterizzare un periodo, una stagione culturale; si tratta di un linguaggio balbettato, sintetico, come quello dei fumetti. La moda, così, interagisce con le parole, non più adottando la grafia da precettore con cui Magritte ci spiega che il simulacro pittorico non è la realtà, ma con le linee armoniche e gli occhi rotondi di alcuni caratteri bodoniani[1].

Al fotografo non sfugge questa  integrazione tra due diverse discipline espressive ed egli la registra, a suo modo, alterandone le forme, così, la figura femminile, disinvolto veicolo dei nuovi messaggi, viene monumentalizzata, isolata dal contesto in cui deambula, le lettere del linguaggio parlato si pongono in evidenza ad evocare i non sensi di matrice marinettiana[2].

Il Fotoprodotto rappresenta, così, la più equilibrata integrazione tra i linguaggi della letteratura, della moda e della fotografia.

Giorgio Rigon


[1] Von Bertalanffy L., Teoria generale dei sistemi. Fondamenti, sviluppi, applicazioni, ILI, 1968.
[2] Bodoni G. B., (1740-1813), incisore, editore e tipografo, disegnatore dei più utilizzati caratteri di stampa.
[3] Martinetti F. M., (1874-1944) fondatore del Movimento Futurista, inventore delle tavole parolibere, un linguaggio svincolato da ogni regola grammaticale e da ogni senso compiuto.

Appendice 2la realtà.

Cercare di definire cosa sia esattamente la realtà equivale a sparire in un buco nero: ancor oggi i filosofi ne discutono e hanno iniziato 2500 anni fa. Voglio solo sottolineare qui l’assurdità di coloro che dal fatto che esistano più livelli di realtà (ad esempio tra esseri diversi o a livelli dimensionali diversi) ricavano la conclusione che quello che percepiamo e vediamo “non è realtà” e che c’è una realtà “vera”e “assoluta” che noi non vediamo ma che è la sola che conta. Questa è, ripeto, una pura assurdità.  A parte gli idealisti, coi quali ovviamente non si può discutere perché tutto è apparenza e qualsiasi prova portiate è frutto per loro d’immaginazione, tutti gli altri devono ammettere che se noi abbiamo una realtà “nostra”, direi che interpretiamo la supposta ”realtà assoluta” meravigliosamente bene!! Siamo miliardi e quindi evolutivamente stiamo funzionando fin troppo bene! Siamo arrivati ad una comprensione della materia impensabile fino a un secolo fa, comprensione in larga parte esatta, come provano le applicazioni pratiche che ne derivano. E poi ora che abbiamo preso coscienza del fatto che esistono più livelli di realtà, fino ai quark e ai bosoni, tanto che sappiamo essere la materia una forma di energia, dobbiamo capire anche che se esiste una “nostra” realtà questa appunto esiste, ed è la più importante, includendo anche il sapere che ne esistono altre. Noi nella stragrande maggioranza dei casi siamo in grado di “leggere” benissimo la realtà coi nostri sensi e interpretarla con la nostra mente. Il senso di gran lunga più importante per questa funzione è la vista: il mondo reale si può vedere. E fotografare!!

Appendice 3: elettronografia.

Volendo andare all’etimologia delle parole, sappiamo bene che foto-grafare significa scrivere con i fotoni, cioè con i bosoni che veicolano la manifestazione elettromagnetica che chiamiamo luce. Quando si modificano o alterano le fotografie nella camera oscura, con mascherature, doppie esposizioni, etc, si usano ancora i fotoni. Ma adesso tutte le modifiche che facciamo al computer non le facciamo più con i fotoni: dentro il computer non c’è una luce che modifica le nostre foto, noi dentro al computer modifichiamo dei numeri servendoci non di fotoni ma di elettroni e allora se vogliamo essere precisi quello che tiriamo fuori non sono più foto-grafie ma elettrono-grafie! “Elettronografia” è però parziale, anche perché le stesse modifiche potrebbero essere fatte spesso anche senza computer, mentre “fotoprodotto” è più chiaro perché onni-comprensivo di “alterazione” della fotografia, sempre intesa assolutamente non come connotazione negativa ma di “rendere cosa diversa”.

Appendice 4rappresentazione, indicalità, ambiguità - riassunto di un epistolario in cui Mauro Pieroni www.ilfuocoimperfetto.it esprime alcuni dei dubbi più comuni su questi argomenti.

PIERONI: … Devo dire che in prima lettura il tuo articolo mi ha convinto  …  rileggendo sono però emersi degli interrogativi: … l’espressione “modifiche minime” apre un mondo di congetture. Da minime a massime ci corre un intero universo di modifiche … Quali saranno le davvero minime? E poi: siamo certi che la fotografia possa essere un “indice di ciò che era davanti all’obiettivo”?

Mi sono soffermato a lungo su questo concetto e alla fine mi sono risposto di no, perché sono convinto che la fotografia, esattamente come il fotoprodotto, contenga delle profonde ambiguità, delle insondabili e insuperabili incertezze concettuali che nessuna definizione potrà mai sanare.

Credo insomma che ci si debba fermare all’idea di “rappresentazione della realtà”, che oltre questo si entri in un territorio minato o, se non altro, insidiosissimo. Un indice mi fa venire in mente anche un elenco di punti fermi e, per rapida associazione, i titoli numerati di una serie di capitoli.

Mi ricordo le prime macchine fotografiche … c’era solo una levetta per tre posizioni: sole, mezzosole e ombra ... mi ricordo le incredibili sorprese dopo lo sviluppo e la stampa, alcune immagini erano tutto fuori che quello che ci aspettavamo. Quante volte mi son chiesto “ma questa da dove viene fuori?”. Eppure quelle erano fotografie senza nessuna modifica, non fotoprodotti, ma non erano affatto un indice della realtà.

... possiamo dire che anche i magnifici paesaggi di Ansel Adams sono lontanissimi dall’essere un indice della realtà, essi secondo me sono degli straordinari fotoprodotti, dei tarocchi stratosferici! Egli infatti era solito effettuare modifiche, tutt’altro che minime… e allora come la mettiamo? Adams trasformava Yosemite in altro? Secondo me sì, ma se separare le fotografie dai fotoprodotti ti rasserena sei liberissimo di farlo… temo però che sia una distinzione che, se messa alla prova, presti il fianco sul versante dell’ambiguità.

Il problema dell’ambiguità della fotografia resta irrisolto e ti dirò che sono contento perché, secondo me, è proprio da questa ambiguità che nasce la grande fascinazione del gesto fotografico.

Per concludere, Carlo, direi  che il  vero confine che possiamo tracciare è quello dell’onestà, che però sta nel fotografo e non nella fotografia.

DELLI: ...  Cerco di risponderti brevemente. 1) Proprio tu mi chiedi che cosa dobbiamo intendere con minime?! Lo abbiamo scritto noi due insieme l’articolo dove si proponevano le modifiche possibili e dove si faceva già presente che comunque alcuni confini erano discutibili! Ti rimando, come ho già fatto nel mio scritto, a quell’articolo! E le fotografie “strane” che ti venivano fuori erano e sono fotoprodotti, ho già scritto che si può uscire dalla rappresentazione della realtà in molti nodi anche in fase di scatto.

2) Non sono io che dico che la foto è un “indice” di quello che era davanti all’obiettivo, lo dicono importanti critici, grandi fotografi e famosi semiologi: io sono d’accordo con questi e ho cercato di  spiegarlo. Ti aggiungo però che “indice” in semiologia non ha niente a che vedere con l’indice di un libro, bensì significa “stampo”, “contiguità fisica”, “corrispondenza” e si contrappone a “icona” e “simbolo” (la pittura ad esempio è sempre un simbolo, anche quella iperrealista). Comunque è importante che siamo d’accordo sul punto essenziale che la fotografia è “rappresentazione della realtà”.

3) La fotografia è ANCHE ambiguità: sono d’accordissimo su questo, ma lo hanno detto, e molte  volte, quasi tutti. Credo che l’ambiguità sia un grande punto di forza di questa “rappresentazione”, come giustamente dici anche tu alla fine, e io non intendo affatto risolverla, questa ambiguità.

Poi, dopo aver constatato che comunque siamo molto d’accordo, replico: la questione che sollevi è giusta, anzi come ho detto la tua è la reazione più “normale” a quello che capisco possa apparire come un tentativo di dividere nettamente in due le immagini finali che partono da uno scatto fotografico. Ma la sostanza del mio scritto non è questa: nasce dal fatto che sono stufo e arrabbiato nel sentir chiamare “fotografie” delle immagini che non lo sono e propone per queste un nuovo termine, ma ha già al suo interno il passaggio <<… ma ci saranno anche casi limite in cui il giudizio è aperto: sono i casi in cui l’Autore può sentirsi dentro i limiti della fotografia mentre per altri li ha superati. In diverse circostanze i confini non sono infatti netti … etc >>. È un fatto che ci possiamo trovare in difficoltà se vogliamo fare una catalogazione netta perché è un fatto che ci sono casi discutibili, ma a noi una catalogazione netta, una classificazione, non interessa, è un “sottoprodotto” inevitabile perché vogliamo parlare e capire. La classificazione degli animali per esempio è indispensabile, dico indispensabile!, per le scienze naturalistiche, ma l’ornitorinco non sapevamo dove metterlo e l’abbiamo messo lì solo perché in qualche posto doveva stare! Ora il nostro ambito è più umanistico e filosofico che scientifico e le classificazioni sono inevitabili ma trascurabili se siamo intelligenti. Ma veniamo ad altri fatti: come è un fatto che certe immagini sono di discutibile collocazione (ma anche questo fa parte dell’ambiguità ed è quindi positivo, molto positivo!) è un fatto anche che certe immagini sono veramente fotografie ed è un fatto che certe altre non lo sono. Allora l’eventuale classificazione (che ripeto a me non interessa come tale) vedrà tre gruppi: fotografie propriamente dette, immagini fotoprodotte e altre incerte, sulle quali ci impegneremo – e divertiremo!! – a discutere.

Voglio infine aggiungere un altro esempio - oltre quelli già messi nell’articolo - di come esistano fotografie “vere” dove rappresentazione e indicalità rispetto alla realtà sono indiscutibili. Quando venne sfiorata la guerra nucleare tra Russia e Stati Uniti per la crisi dei missili a Cuba, e venne veramente sfiorata!, tutto cominciò per le fotografie fatte dagli aerei-spia americani. E i russi non misero in dubbio la verità di quelle foto!, presero atto di essere stati scoperti e basta! Un generale USA disse quasi testualmente: <<Un rapporto può essere falsificato, una confessione può essere menzognera, un’intercettazione può essere un inganno, ma una fotografia non si discute, quello che si vede c’è!>>. Allora: il fatto che certe immagini siano di difficile collocazione non significa che possiamo ignorare l’importanza della fotografia come rappresentazione e indicalità della realtà: una “fotografia” propriamente detta non va confusa con immagini che non lo sono, e questa confusione va evitata prima di tutto con le parole.

PIERONI: …  D’accordo sulle modifiche… che possono essere utilmente raccolte in un elenco, quello che conosciamo, anche se  vedo in quell’elenco finalità strettamente pratiche ma sempre esposte a critiche “filosofiche”.

So bene che l’indice a cui ti riferivi è quello semiologico e infatti nel mio scritto accennavo ad altri indici solo per divertirmi con le parole.

L’ambiguità… qui sta il punto. In allegato, in fondo, troverai una fotografia che ho scattato stando seduto in poltrona, nel mio studio, davanti alla scrivania e al computer, dove era aperta la tua lettera… l’ho intitolata “marina” perché davvero trasmette un’atmosfera marina, come se si vedesse una qualche balconata affacciata sul mare. Si tratta di una vera fotografia, di una fotografia propriamente detta, ottenuta premendo il pulsante di scatto ed esponendo la superficie sensibile alla luce del mondo reale. Ma quella fotografia è davvero un indice della realtà? No, non lo è! Non lo è perché deve fare i conti con il tempo… come devono farli tutte le immagini fotografiche! E come dobbiamo farli anche noi…

Eppure non contiene alcuna manipolazione, nessuna modifica! Non è di certo un fotoprodotto, ma bensì la più pura delle fotografie!

Siamo forse allora nella nuova categoria delle “incerte”?

Insomma, sarò testardo, ma tendo a pensare che sia necessario inserire tra le incerte tutte le immagini fotografiche esistenti  ...  Dunque si torna al condiviso concetto di rappresentazione della realtà e, soprattutto… all’onestà del fotografo!  Insomma, se devo ragionare in termini filosofici sull’essenza dell’immagine fotografica, per me esiste solo la categoria incerte!

...

(un altro dubbio) ...le mie aquile, costruite assemblando 3 o 4 immagini diverse hanno elevatissima rappresentatività, in quanto mostrano, molto realisticamente, attraverso un artificio (il taroccamento) un evento reale, accaduto sotto i miei occhi. Dunque un fotoprodotto è più indice del reale di quanto non lo sia una fotografia?

...

Grazie davvero, di farmi pensare alla fotografia a questo livello, è una cosa bella e molto affascinante.

Mauro Pieroni - Marina

DELLI: 1) La tua “fotografia” è praticamente astratta e non so cosa ci sia stato davanti alla macchina fotografica (ad esempio potresti aver fotografato uno schermo televisivo in movimento), quindi il giudizio è tuo e solo tuo: ho già detto che la

volontà e l’intenzione del fotografo è una delle cose fondamentali nell’uso del mezzo fotografico, potresti schiarirci le idee con un titolo. Ma se imposto un tempo di 10” sulla macchina e poi la faccio roteare tenendo la cinghia non credo che quello che verrà impressionato corrisponderà a quello che avevo intorno, ma se sono su un otto volante e ho la macchina legata sulla testa sarà quello che ho visto dalla mia prospettiva in 10”, ma sarà tutto irriconoscibile: ecco due casi di relatività che non possiamo presentare in una immagine per condividere con altri una realtà non rappresentata o irrappresentabile; ciò non toglie che quelle immagini avranno un significato!!! (ecco fatto: ora sì che non ci si capisce più nulla ma si ritorna all’ambiguità e al diverso uso della fotografia: rappresentazione/personalizzazione/astrazione = ambiguità!!! bellissimo!).

2) Sulle aquile, taroccate perché hai messo insieme parti di più scatti, è facile: rappresentano quello che hai visto ma non quello che sei riuscito a fotografare. Sai bene che in fotografia di Natura, essendo fotografia “realista,” non possiamo ricreare a posteriori e con qualsiasi mezzo tutto quello che vediamo.

3) Vivaddio ognuno ha una sua visione del mondo! Il bicchiere è contemporaneamente mezzo pieno e mezzo vuoto. Due ragazzi sono violentati: per la stessa esperienza uno diventa violentatore a sua volta e l’altro invece si impegna nella vita affinché le violenze non avvengano. In un mondo dove è facile dire bugie per te tutto è bugia, per me invece è proprio per questo che la realtà è ancora più importante da rappresentare. E ognuno resterà legittimamente nella sua opinione. Ma ne stiamo discutendo e ne discuteremo, pensando, e anche questa è vita...

PIERONI: Certo Carlo, vita, e in fondo il cerchio si chiude sugli assunti iniziali: l’intenzione del fotografo (e dunque credo anche la sua onestà) e l’irrisolta ambiguità fotografica...

 

FOTOGRAFIE e IMMAGINI FOTOPRODOTTE

Una proposta terminologica

Come siamo diventati Homo sapiens sapiens ? Con un modo nuovo di camminare: il bipedismo perfetto. La mano, libera dalla deambulazione, ha iniziato ad illuminarci la mente, ma sono state poi le parole che formando il nostro principale linguaggio l’hanno finalmente accesa. È propriamente vero che il Verbo ci ha creati! Siamo quali siamo per il nostro linguaggio verbale che non è solo espressivo e comunicativo, come i linguaggi animali, ma è anche descrittivo, espositivo e soprattutto argomentativo-critico.
Le singole parole sono essenziali e non secondarie nello sviluppo del nostro pensiero, perché noi pensiamo per lo più usando le parole, e anche quando pensiamo per immagini associamo loro quasi sempre la parola. In più è fondamentale sapere che le parole hanno anche un grandissimo potere inconscio: ci condizionano sempre e molto anche senza che ce ne rendiamo conto. Quindi il significato che personalmente attribuiamo a una parola è cosa essenziale e non secondaria. Da tutto ciò deriva che per occuparci con correttezza di un argomento dobbiamo avere a disposizione non solo le parole che lo riguardano, ma soprattutto avere chiaro il loro significato. Cosa intendiamo allora quando pensiamo in noi, oppure quando pronunciamo verso altri, la parola “fotografia”?

Conoscere la storia della fotografia è indispensabile per capirla bene. La fotografia è una di quelle relativamente rare invenzioni così importanti da dividere la storia dell’umanità in un prima e in un dopo. È sempre stata un sogno fin dalle radici della civiltà, una cosa agognata e quasi insperata; ne parlavano già i greci, e in un romanzo del 1700 erano addirittura gli alieni a portare sulla Terra una sostanza che, spalmata su superfici, formava e tratteneva l’immagine della realtà che aveva di fronte.
Il punto di partenza imprescindibile dovrebbe essere scontato ma mi pare che qualcuno se lo dimentichi: per fotografare qualcosa bisogna averlo davanti all’obiettivo (o comunque davanti alla superficie fotosensibile – penso al foro stenopeico). I fotoni devono realmente e materialmente partire dai soggetti e arrivare sulla superficie fotosensibile: questo rapporto diretto e la sua automaticità sono la novità assoluta e l’essenza della “fotografia”. Infatti per i semiologi la fotografia è un indice, cioè uno “stampo” di ciò che rappresenta, e non ha niente a che vedere con la pittura che invece è sempre un simbolo.
* appendice 1-Giorgio Rigon

Altro punto essenziale è il concetto di “rappresentazione”: il primo significato di rappresentare è: “far presente” attraverso un linguaggio ciò che esiste ma che non abbiamo davanti perché lontano nel tempo e/o nello spazio. Ma il verbo “rappresentare” è sconosciuto a molti possessori di macchine fotografiche, cosa molto strana dato che la fotografia è rappresentazione della realtà VISIVA tramite il linguaggio fotografico.
.     Dire che una fotografia sia realtà è una palese idiozia. Credo che molti fotografi sostituiscano erroneamente la parola “rappresentazione” con la parola “riproduzione”, che vuol dire fare una copia uguale all’originale; in pratica dicono “rappresentare” ma intendono “riprodurre”. E allora per loro la fotografia non può rappresentare la realtà, perché così dicendo intendono che la riproduce, ed è ovvio e banale che una fotografia non lo faccia.
* appendice 2 - la realtà

Inoltre fotografi e critici omettono quasi sempre un aggettivo fondamentale: VISIVA. La fotografia ha a che fare con la parte visiva della realtà. Ora di sicuro la vista è il senso di gran lunga più importante per conoscere la realtà, ma non è l’unico. La realtà è essenzialmente inconoscibile nella sua totalità, l’argomento è chiaramente abissale, ma questo è un motivo in più per parlare in modo corretto.
.     È dannoso pensare e dire che l’aggettivo “visiva” sia sottinteso quando parliamo di fotografia, è invece assolutamente necessario metterlo sempre. La fotografia si occupa della “realtà visiva” e tramite questa può rappresentare oggetti e fatti; poi, e solo poi, tramite questi oggetti può simboleggiarne altri e addirittura può arrivare a veicolare idee astratte o impalpabili, ma tutto questo è un plus della fotografia, non ne è l’essenza.

Chi ha inventato la fotografia ha spalancato la porta a effetti psicologici immensi, senza fondo, soprattutto per il rapporto esclusivo e terrificante che questa ha col tempo: prima ne cristallizza solo una porzione, e poi la mantiene immutata a dispetto del resto del tempo, che continua a scorrere.
.     Ma si è aperto anche un mondo materiale e tecnico: pellicole e sensori, obiettivi i più diversi, diaframmi, tempi di esposizione corti o lunghi, scatti in sequenza, etc etc, per cui quello fotografico è un linguaggio ricchissimo di strumenti, che possono essere usati su soggetti infiniti, in modi infiniti, da personalità e sensibilità infinite! Come dico io: un infinito al cubo! Un linguaggio tale che il fotografo può non solo documentare ma anche esprimere la sua personalità, può narrare, e può addirittura creare, pur rimanendo dentro la “fotografia”, senza cioè “alterare” quello che ha registrato la macchina fotografica.     

Ed eccoci ad “alterare”, altra parola chiave. Attenzione, vale qui non in senso dispregiativo ma solo nella sua etimologia latina di alter: trasformare in qualcosa di diverso, rendere “altro” rispetto all’originale. Oggi, dopo lo scatto, sono praticamente obbligatori degli aggiustamenti, ma se l’idea del fotografo è quella di rimanere all’interno della “fotografia”, le modifiche devono essere minime e comunque tali da non trasformare l’immagine in “altro”, tali da far restare l’immagine come uno stampo automatico, un indice, di ciò che si poteva vedere davanti all’obiettivo al momento dello scatto.

Senza fotografia ci sarebbe un’altra storia dell’umanità così come nessuno di noi sarebbe lo stesso senza la fotografia. Pochi esempi sui miliardi possibili. Tre sul piano generale, molto noti. Uno: la Security Farm Administration degli Stati Uniti produsse una impressionante documentazione fotografica sulle durissime condizioni di lavoro nel paese dalla metà degli trenta del novecento, compreso lo sfruttamento minorile, e queste foto indussero il Congresso a modificare la legislazione e migliorare così la vita di milioni di persone. Due: pensate cosa ha voluto dire in termini di percezione dell’accaduto, vedere le fotografie delle cataste di cadaveri nei campi di Auschwitz, e pensate se non ci fosse stata nessuna documentazione fotografica. Tre: nel 1968 in casa cominciai a sentir parlare di un dramma che si svolgeva in Africa e che divenne sùbito un modo di dire generale: il Biafra; quei bambini scheletriti che morivano di fame ci colpirono profondamente perché li vedevamo nelle prime foto del genere, e nessuna descrizione a parole avrebbe potuto nemmeno lontanamente avere quello stesso effetto.
.     Poi un esempio sul piano personale: alcune fotografie di mia figlia piccola mi fanno emozionare profondamente, tanto che mi pare di essere lì a quel tempo e a volte guardandole sento l’odore di mia figlia a quell’età! Credo che nemmeno il più bel ritratto che io avessi fatto mi darebbe le stesse sensazioni.
.     Ma perché il Congresso cambiò la legislazione sul lavoro? Perché le foto dei campi di concentramento hanno cambiato la percezione della guerra? Perché la tragedia del Biafra diventò un modo di dire? Perché le foto di mia figlia mi danno un’emozione così intense? Tutto per il medesimo motivo: quelle immagini rappresentano visivamente la realtà! Quegli orrori o quelle gioie esistevano realmente! Hanno impressionato materialmente la pellicola e per questo impressionano la nostra mente e il nostro animo! E si ritorna alla fotografia indice di realtà, che è la sua peculiarità, la sua essenza.
Potrei continuare all’infinito, aggiungo che con l’indispensabile aiuto della fotografia si è progrediti in ogni campo della scienza, dalla comprensione dell’Universo macroscopico alla fisica subatomica, dalla biologia alla medicina.
.     Finisco questo paragrafo sottolineando la differenza tra fotografia e altre forme artistiche di linguaggio, con le parole del prof. Massimo Mussini: “La fotografia non contraffatta ha un fascino che nessuna opera d’arte può eguagliare, ed è quello della rievocazione. Ciò che guardo è esistito. L’immagine rielaborata in camera oscura, oppure ricostruita elettronicamente, entra a fare parte di un altro mondo, quello dell’immaginazione ... e in questo secondo ambito, la fotografia perde gran parte della sua peculiarità…”

In definitiva, storicamente e fattivamente, “fotografia” ha un suo peculiare significato; per me è una parola quasi sacra, e non voglio pronunciarla davanti a immagini che fotografie non sono più.
Ci sono sempre stati molti modi di “alterare” il risultato fotografico nel momento stesso dello scatto, ad esempio usando filtri, esagerando l’esposizione, muovendo la fotocamera, e in mille altri modi; c’è poi il vasto tema delle situazioni preparate ad hoc, cioè delle messe in scena; ma mi concentro in questa sede sulle alterazioni fatte in una fase successiva allo scatto.     Come chiamare un’immagine di derivazione fotografica, ma successivamente alterata? Sento dire “immagine fotografica”, ma “immagine “ è troppo generico, e la fotografia stessa è comunque una immagine. Ecco quindi una proposta terminologica: oggi per le modifiche successive allo scatto si parla spesso di post-produzione, e allora per le fotografie poi alterate credo che possiamo efficacemente usare l’espressione “IMMAGINE FOTOPRODOTTA”, contratta magari in “fotoprodotto” se il contesto lo permette.
* appendice 3 – elettronografia

Premesso con fermezza che hanno ambedue pari dignità, credo sia comunque molto importante distinguere, anche verbalmente, “fotografia” da “immagine fotoprodotta”. E pongo per questo due domande.
.     La prima: è facile distinguerle praticamente? Sarà facilissimo se l’intenzione dell’Autore è quello di palesare l’alterazione o, pur non volendolo palesare, non è però bravo a usare i programmi di fotoritocco e si fa scoprire. Sarà però impossibile distinguerle se l’Autore ci vuole imbrogliare ed è un bravo ritoccatore (in questo caso potremmo anche dire taroccatore): senza la sua ammissione o circostanze terze noi rimaniamo inesorabilmente imbrogliati. Questo è un problema primario nella civiltà delle immagini: nella stragrande maggioranza dei casi non potremo avere certezze, prendiamone atto e stiamo in guardia. È proprio in quest’ottica che Salgado ha recentemente affermato con ragione che la fotografia è morta, quasi sempre infatti non abbiamo la minima possibilità di sapere se quello che vediamo sia un’immagine fotoprodotta o una fotografia.
.     Ci sono però anche possibilità positive: tutti i casi in cui il giudizio è aperto, i casi cioè in cui l’Autore, pur dichiarando le modifiche, può sentirsi ancora dentro i limiti della fotografia mentre per altre persone li ha superati. Questo è lo stimolante campo del confronto: conoscendo prima la differenza teorica, si può poi discutere la pratica con cognizione di causa, guidati dalla nostre sensibilità, cultura ed esperienze personali.

La seconda domanda: è utile prendere atto della loro diversità?  Si entra ancor più nelle preferenze personali, potete infatti dire di no. Secondo me invece sapere se siamo di fronte ad una fotografia o un’immagine fotoprodotta è molto importante.
Abbiamo già detto che se il fotografo si esprime mantenendo il rapporto indicale di rappresentazione della realtà visiva, pur usando comunque tutte le possibilità che il linguaggio fotografico gli permette, avremo una fotografia, che è un documento ma potrà avere in certi casi anche un valore narrativo o addirittura creativo. Ma cosa ci fa presente una fotografia? Ci mostra intanto la realtà visiva che lo stesso fotografo ha colto e intendeva mostrarci, tramite questa ci presenta poi l’idea che il fotografo voleva trasmetterci, ma rappresenta in più tutto ciò che, pur essendo davanti all’obiettivo, il fotografo non ha guardato o non ha visto, ma che la superficie fotosensibile ha registrato! Mi rifaccio qui a ciò che Franco Vaccari chiama forse con termine improprio ma efficacissimo ”inconscio tecnologico” del mezzo tecnico e alla sua autonoma registrazione della realtà visiva. La fotografia rappresenta almeno tutto questo.
.     Cosa ci rende presente invece l’immagine fotoprodotta? Ci rende soprattutto se non solamente l’idea dell’Autore. Tutto qui. Se rappresenta qualcos’altro è solo nei residui di fotografia rimasti. Sono un fotografo di Natura e vi porto questo esempio credo molto significativo: una fotografia di Natura rappresenta, oltre la mia idea, l’Energia Creatrice all’opera, se vi piace potete ben dire che rappresenta direttamente l’opera di Dio; se la altero e ne ricavo un’immagine fotoprodotta, ebbene questa rappresenta solo o soprattutto me stesso e la mia idea: vi pare la stessa cosa?!?

Attenzione però, sia chiaro che ottenere e usare le immagini fotoprodotte può essere altrettanto importante e dignitoso! Anzi dico di più: in taluni casi esprimersi con le immagini fotoprodotte può essere ancor più efficace che con le fotografie, al fine di  promuovere una buona causa, per suscitare una certa emozione, porre attenzione su un argomento concreto. Tuttavia un’immagine fotoprodotta è un’altra cosa rispetto a una fotografia. A chi non interessa questa differenza dico che prendo atto del suo atteggiamento, è legittimo, ma gli dico anche di prendere atto a sua volta che a me invece interessa moltissimo.
Se troviamo su di una rivista l’immagine di un bambino morto (avevo fatto questo esempio ben prima che accadesse davvero) i casi sono tre: 1) è una fotografia documentaria: quel bambino c’era ed era veramente morto in relazione all’argomento trattato; 2) è una “fotografia di scena”: il bambino è stato truccato e messo lì durante le riprese di un film, oppure dal fotografo stesso; 3) è un’immagine fotoprodotta: quel bambino è vostro figlio mentre dorme e tutto il resto lo avete messi voi digitalmente. Se non vi interessa sapere questo, e badate solo al messaggio, bèh, è lecito, ma sono gusti vostri. Ci sono casi di fotoreporter licenziati per aver taroccato, senza averlo dichiarato, le fotografie pubblicate sul Times o sul National Geographic, ci dicevano bugie, e per fortuna qualcuno pensa ancora che sia una cosa detestabile e sanzionabile.

Conclusione. Alterare le fotografie è stata un’attività nata il giorno dopo l’invenzione della fotografia stessa, ed è una possibilità meravigliosa, soprattutto con i mezzi odierni che ci permettono di scatenare la nostra fantasia e creatività. Le immagini fotoprodotte sono una possibilità straordinaria di espressione, non solo artistica, che tra l’altro uso anch’io. Ma come in ogni altro campo dell’operare umano possono essere usate per imbrogliare. Monumenti indiscutibili della fotografia come Alfred Stieglitz, Ansel Adams ed Henry Cartier-Bresson sono convinti che le fotografie possano avere a che fare con la “verità”; io non oso sostenere tanto, ma so per certo che le fotografie di per sé non dicono mai bugie! Siamo noi che possiamo interpretarle male e soprattutto sono i fotografi, e altre persone, che possono far dire loro bugie in milioni di modi diversi, prima, durante e dopo lo scatto.
.     Fotografie e immagini fotoprodotte arricchiscono entrambe in maniera straordinaria il nostro mondo e le nostre vite, ma sono molto diverse, e le parole ci devono aiutare a non confonderle, per non confondere il nostro mondo e le nostre vite.
.                                                                                                                                                                           carlodelli

* appendice 4: rappresentazione, indicalità ambiguità (epistolario con Mauro Pieroni)

Per la collaborazione nell’estensione, la modifica e il completamento di questo scritto ringrazio particolarmente Massimo Mussini, Mauro Pieroni, Giorgio Rigon, Giorgio Tani e Giancarlo Torresani, ma anche, per l’epistolario avuto, Silvano Bicocchi, Vincenzo Marzocchini,  Filomeno Mottola, Claudio Pastrone e Piero Sbrana.

APPENDICI  a  “Fotografie e immagini fotoprodotte”

Appendice 1 – di Giorgio Rigon

Ben presto, si capì che, con la fotografia, era nato un nuovo linguaggio, diverso dalle parole, diverso dalle altre rappresentazioni iconiche come il

http://www.carlodelli.it/images/stories/luso.png

René Magritte, L'uso della parola,

1928-1929. Olio su  tela,54,5x72,5 cm. New York, Collezione privata

disegno e le arti figurative, un linguaggio che, nella coscienza comune, assolveva un ruolo subalterno rispetto a queste ultime. Oggi, grazie alla

moderna “Teoria Generale dei Sistemi"[1], ci si orienta sempre più verso un processo integrato nella percezione, nella lettura e nella critica dei prodotti delle arti visuali, dei mezzi per la comunicazione di massa, dei media pubblicitari. La fotografia non fa eccezione a questo sistema interdisciplinare.

Ma ben prima della formulazione della citata Teoria, molti artisti, a cominciare dal Futurismo e dal Dadaismo, avevano, provocatoriamente, integrato parole a figure. Emblematica, sotto questo profilo, l’opera pittorica di René Magritte ove l’uso della parola serve all’Autore a sottolineare la differenza tra soggetto reale e sua rappresentazione.

É ovvio che la pipa e la sua immagine non coincidono, hanno proprietà e caratteri diversi.
Eppure chiunque di noi, guardando una pipa disegna­ta, dipinta o fotografata, alla domanda "cos'è?" risponde "è una pipa". Ognuno ha quotidiana l’esperienza di questo curioso quanto inavvertibile equivoco dovuto alla convenzione che lega a ogni oggetto un nome. Questa contraddizione genera uno stato di shock che costituisce la poesia dell'opera che stiamo guardando.

http://www.carlodelli.it/images/stories/collezione.png

Giorgio Rigon, Tavole parolibere, 1994, cm. 30x40, collezione privata

Inoltre il messaggio che il di­pinto ci trasmette è di tipo psicologico-concettuale e ci invita a riflettere che, molte volte, lo scopo dell'opera d'arte o della fotografia non è solo rappresentazione di per sé, ma stimolo per una riflessione.

Gli stilisti della moda, essi pure operatori d’arte, in tempi diversi, scoprono che il linguaggio parlato muta con il passare dei tempi, si creano neologismi,slogan, inglesismi che, se impressi capricciosamente sui capi di abbigliamento, possono caratterizzare un periodo, una stagione culturale; si tratta di un linguaggio balbettato, sintetico, come quello dei fumetti. La moda, così, interagisce con le parole, non più adottando la grafia da precettore con cui Magritte ci spiega che il simulacro pittorico non è la realtà, ma con le linee armoniche e gli occhi rotondi di alcuni caratteri bodoniani[1].

Al fotografo non sfugge questa  integrazione tra due diverse discipline espressive ed egli la registra, a suo modo, alterandone le forme, così, la figura femminile, disinvolto veicolo dei nuovi messaggi, viene monumentalizzata, isolata dal contesto in cui deambula, le lettere del linguaggio parlato si pongono in evidenza ad evocare i non sensi di matrice marinettiana[2].

Il Fotoprodotto rappresenta, così, la più equilibrata integrazione tra i linguaggi della letteratura, della moda e della fotografia.

Giorgio Rigon


[1] Von Bertalanffy L., Teoria generale dei sistemi. Fondamenti, sviluppi, applicazioni, ILI, 1968.
[2] Bodoni G. B., (1740-1813), incisore, editore e tipografo, disegnatore dei più utilizzati caratteri di stampa.
[3] Martinetti F. M., (1874-1944) fondatore del Movimento Futurista, inventore delle tavole parolibere, un linguaggio svincolato da ogni regola grammaticale e da ogni senso compiuto.

Appendice 2la realtà.

Cercare di definire cosa sia esattamente la realtà equivale a sparire in un buco nero: ancor oggi i filosofi ne discutono e hanno iniziato 2500 anni fa. Voglio solo sottolineare qui l’assurdità di coloro che dal fatto che esistano più livelli di realtà (ad esempio tra esseri diversi o a livelli dimensionali diversi) ricavano la conclusione che quello che percepiamo e vediamo “non è realtà” e che c’è una realtà “vera”e “assoluta” che noi non vediamo ma che è la sola che conta. Questa è, ripeto, una pura assurdità.  A parte gli idealisti, coi quali ovviamente non si può discutere perché tutto è apparenza e qualsiasi prova portiate è frutto per loro d’immaginazione, tutti gli altri devono ammettere che se noi abbiamo una realtà “nostra”, direi che interpretiamo la supposta ”realtà assoluta” meravigliosamente bene!! Siamo miliardi e quindi evolutivamente stiamo funzionando fin troppo bene! Siamo arrivati ad una comprensione della materia impensabile fino a un secolo fa, comprensione in larga parte esatta, come provano le applicazioni pratiche che ne derivano. E poi ora che abbiamo preso coscienza del fatto che esistono più livelli di realtà, fino ai quark e ai bosoni, tanto che sappiamo essere la materia una forma di energia, dobbiamo capire anche che se esiste una “nostra” realtà questa appunto esiste, ed è la più importante, includendo anche il sapere che ne esistono altre. Noi nella stragrande maggioranza dei casi siamo in grado di “leggere” benissimo la realtà coi nostri sensi e interpretarla con la nostra mente. Il senso di gran lunga più importante per questa funzione è la vista: il mondo reale si può vedere. E fotografare!!

Appendice 3: elettronografia.

Volendo andare all’etimologia delle parole, sappiamo bene che foto-grafare significa scrivere con i fotoni, cioè con i bosoni che veicolano la manifestazione elettromagnetica che chiamiamo luce. Quando si modificano o alterano le fotografie nella camera oscura, con mascherature, doppie esposizioni, etc, si usano ancora i fotoni. Ma adesso tutte le modifiche che facciamo al computer non le facciamo più con i fotoni: dentro il computer non c’è una luce che modifica le nostre foto, noi dentro al computer modifichiamo dei numeri servendoci non di fotoni ma di elettroni e allora se vogliamo essere precisi quello che tiriamo fuori non sono più foto-grafie ma elettrono-grafie! “Elettronografia” è però parziale, anche perché le stesse modifiche potrebbero essere fatte spesso anche senza computer, mentre “fotoprodotto” è più chiaro perché onni-comprensivo di “alterazione” della fotografia, sempre intesa assolutamente non come connotazione negativa ma di “rendere cosa diversa”.

Appendice 4rappresentazione, indicalità, ambiguità - riassunto di un epistolario in cui Mauro Pieroni www.ilfuocoimperfetto.it esprime alcuni dei dubbi più comuni su questi argomenti.

PIERONI: … Devo dire che in prima lettura il tuo articolo mi ha convinto  …  rileggendo sono però emersi degli interrogativi: … l’espressione “modifiche minime” apre un mondo di congetture. Da minime a massime ci corre un intero universo di modifiche … Quali saranno le davvero minime? E poi: siamo certi che la fotografia possa essere un “indice di ciò che era davanti all’obiettivo”?

Mi sono soffermato a lungo su questo concetto e alla fine mi sono risposto di no, perché sono convinto che la fotografia, esattamente come il fotoprodotto, contenga delle profonde ambiguità, delle insondabili e insuperabili incertezze concettuali che nessuna definizione potrà mai sanare.

Credo insomma che ci si debba fermare all’idea di “rappresentazione della realtà”, che oltre questo si entri in un territorio minato o, se non altro, insidiosissimo. Un indice mi fa venire in mente anche un elenco di punti fermi e, per rapida associazione, i titoli numerati di una serie di capitoli.

Mi ricordo le prime macchine fotografiche … c’era solo una levetta per tre posizioni: sole, mezzosole e ombra ... mi ricordo le incredibili sorprese dopo lo sviluppo e la stampa, alcune immagini erano tutto fuori che quello che ci aspettavamo. Quante volte mi son chiesto “ma questa da dove viene fuori?”. Eppure quelle erano fotografie senza nessuna modifica, non fotoprodotti, ma non erano affatto un indice della realtà.

... possiamo dire che anche i magnifici paesaggi di Ansel Adams sono lontanissimi dall’essere un indice della realtà, essi secondo me sono degli straordinari fotoprodotti, dei tarocchi stratosferici! Egli infatti era solito effettuare modifiche, tutt’altro che minime… e allora come la mettiamo? Adams trasformava Yosemite in altro? Secondo me sì, ma se separare le fotografie dai fotoprodotti ti rasserena sei liberissimo di farlo… temo però che sia una distinzione che, se messa alla prova, presti il fianco sul versante dell’ambiguità.

Il problema dell’ambiguità della fotografia resta irrisolto e ti dirò che sono contento perché, secondo me, è proprio da questa ambiguità che nasce la grande fascinazione del gesto fotografico.

Per concludere, Carlo, direi  che il  vero confine che possiamo tracciare è quello dell’onestà, che però sta nel fotografo e non nella fotografia.

DELLI: ...  Cerco di risponderti brevemente. 1) Proprio tu mi chiedi che cosa dobbiamo intendere con minime?! Lo abbiamo scritto noi due insieme l’articolo dove si proponevano le modifiche possibili e dove si faceva già presente che comunque alcuni confini erano discutibili! Ti rimando, come ho già fatto nel mio scritto, a quell’articolo! E le fotografie “strane” che ti venivano fuori erano e sono fotoprodotti, ho già scritto che si può uscire dalla rappresentazione della realtà in molti nodi anche in fase di scatto.

2) Non sono io che dico che la foto è un “indice” di quello che era davanti all’obiettivo, lo dicono importanti critici, grandi fotografi e famosi semiologi: io sono d’accordo con questi e ho cercato di  spiegarlo. Ti aggiungo però che “indice” in semiologia non ha niente a che vedere con l’indice di un libro, bensì significa “stampo”, “contiguità fisica”, “corrispondenza” e si contrappone a “icona” e “simbolo” (la pittura ad esempio è sempre un simbolo, anche quella iperrealista). Comunque è importante che siamo d’accordo sul punto essenziale che la fotografia è “rappresentazione della realtà”.

3) La fotografia è ANCHE ambiguità: sono d’accordissimo su questo, ma lo hanno detto, e molte  volte, quasi tutti. Credo che l’ambiguità sia un grande punto di forza di questa “rappresentazione”, come giustamente dici anche tu alla fine, e io non intendo affatto risolverla, questa ambiguità.

Poi, dopo aver constatato che comunque siamo molto d’accordo, replico: la questione che sollevi è giusta, anzi come ho detto la tua è la reazione più “normale” a quello che capisco possa apparire come un tentativo di dividere nettamente in due le immagini finali che partono da uno scatto fotografico. Ma la sostanza del mio scritto non è questa: nasce dal fatto che sono stufo e arrabbiato nel sentir chiamare “fotografie” delle immagini che non lo sono e propone per queste un nuovo termine, ma ha già al suo interno il passaggio <<… ma ci saranno anche casi limite in cui il giudizio è aperto: sono i casi in cui l’Autore può sentirsi dentro i limiti della fotografia mentre per altri li ha superati. In diverse circostanze i confini non sono infatti netti … etc >>. È un fatto che ci possiamo trovare in difficoltà se vogliamo fare una catalogazione netta perché è un fatto che ci sono casi discutibili, ma a noi una catalogazione netta, una classificazione, non interessa, è un “sottoprodotto” inevitabile perché vogliamo parlare e capire. La classificazione degli animali per esempio è indispensabile, dico indispensabile!, per le scienze naturalistiche, ma l’ornitorinco non sapevamo dove metterlo e l’abbiamo messo lì solo perché in qualche posto doveva stare! Ora il nostro ambito è più umanistico e filosofico che scientifico e le classificazioni sono inevitabili ma trascurabili se siamo intelligenti. Ma veniamo ad altri fatti: come è un fatto che certe immagini sono di discutibile collocazione (ma anche questo fa parte dell’ambiguità ed è quindi positivo, molto positivo!) è un fatto anche che certe immagini sono veramente fotografie ed è un fatto che certe altre non lo sono. Allora l’eventuale classificazione (che ripeto a me non interessa come tale) vedrà tre gruppi: fotografie propriamente dette, immagini fotoprodotte e altre incerte, sulle quali ci impegneremo – e divertiremo!! – a discutere.

Voglio infine aggiungere un altro esempio - oltre quelli già messi nell’articolo - di come esistano fotografie “vere” dove rappresentazione e indicalità rispetto alla realtà sono indiscutibili. Quando venne sfiorata la guerra nucleare tra Russia e Stati Uniti per la crisi dei missili a Cuba, e venne veramente sfiorata!, tutto cominciò per le fotografie fatte dagli aerei-spia americani. E i russi non misero in dubbio la verità di quelle foto!, presero atto di essere stati scoperti e basta! Un generale USA disse quasi testualmente: <<Un rapporto può essere falsificato, una confessione può essere menzognera, un’intercettazione può essere un inganno, ma una fotografia non si discute, quello che si vede c’è!>>. Allora: il fatto che certe immagini siano di difficile collocazione non significa che possiamo ignorare l’importanza della fotografia come rappresentazione e indicalità della realtà: una “fotografia” propriamente detta non va confusa con immagini che non lo sono, e questa confusione va evitata prima di tutto con le parole.

PIERONI: …  D’accordo sulle modifiche… che possono essere utilmente raccolte in un elenco, quello che conosciamo, anche se  vedo in quell’elenco finalità strettamente pratiche ma sempre esposte a critiche “filosofiche”.

So bene che l’indice a cui ti riferivi è quello semiologico e infatti nel mio scritto accennavo ad altri indici solo per divertirmi con le parole.

L’ambiguità… qui sta il punto. In allegato, in fondo, troverai una fotografia che ho scattato stando seduto in poltrona, nel mio studio, davanti alla scrivania e al computer, dove era aperta la tua lettera… l’ho intitolata “marina” perché davvero trasmette un’atmosfera marina, come se si vedesse una qualche balconata affacciata sul mare. Si tratta di una vera fotografia, di una fotografia propriamente detta, ottenuta premendo il pulsante di scatto ed esponendo la superficie sensibile alla luce del mondo reale. Ma quella fotografia è davvero un indice della realtà? No, non lo è! Non lo è perché deve fare i conti con il tempo… come devono farli tutte le immagini fotografiche! E come dobbiamo farli anche noi…

Eppure non contiene alcuna manipolazione, nessuna modifica! Non è di certo un fotoprodotto, ma bensì la più pura delle fotografie!

Siamo forse allora nella nuova categoria delle “incerte”?

Insomma, sarò testardo, ma tendo a pensare che sia necessario inserire tra le incerte tutte le immagini fotografiche esistenti  ...  Dunque si torna al condiviso concetto di rappresentazione della realtà e, soprattutto… all’onestà del fotografo!  Insomma, se devo ragionare in termini filosofici sull’essenza dell’immagine fotografica, per me esiste solo la categoria incerte!

...

(un altro dubbio) ...le mie aquile, costruite assemblando 3 o 4 immagini diverse hanno elevatissima rappresentatività, in quanto mostrano, molto realisticamente, attraverso un artificio (il taroccamento) un evento reale, accaduto sotto i miei occhi. Dunque un fotoprodotto è più indice del reale di quanto non lo sia una fotografia?

...

Grazie davvero, di farmi pensare alla fotografia a questo livello, è una cosa bella e molto affascinante.

http://www.carlodelli.it/images/stories/marina.png

Mauro Pieroni - Marina

DELLI: 1) La tua “fotografia” è praticamente astratta e non so cosa ci sia stato davanti alla macchina fotografica (ad esempio potresti aver fotografato uno schermo televisivo in movimento), quindi il giudizio è tuo e solo tuo: ho già detto che la

volontà e l’intenzione del fotografo è una delle cose fondamentali nell’uso del mezzo fotografico, potresti schiarirci le idee con un titolo. Ma se imposto un tempo di 10” sulla macchina e poi la faccio roteare tenendo la cinghia non credo che quello che verrà impressionato corrisponderà a quello che avevo intorno, ma se sono su un otto volante e ho la macchina legata sulla testa sarà quello che ho visto dalla mia prospettiva in 10”, ma sarà tutto irriconoscibile: ecco due casi di relatività che non possiamo presentare in una immagine per condividere con altri una realtà non rappresentata o irrappresentabile; ciò non toglie che quelle immagini avranno un significato!!! (ecco fatto: ora sì che non ci si capisce più nulla ma si ritorna all’ambiguità e al diverso uso della fotografia: rappresentazione/personalizzazione/astrazione = ambiguità!!! bellissimo!).

2) Sulle aquile, taroccate perché hai messo insieme parti di più scatti, è facile: rappresentano quello che hai visto ma non quello che sei riuscito a fotografare. Sai bene che in fotografia di Natura, essendo fotografia “realista,” non possiamo ricreare a posteriori e con qualsiasi mezzo tutto quello che vediamo.

3) Vivaddio ognuno ha una sua visione del mondo! Il bicchiere è contemporaneamente mezzo pieno e mezzo vuoto. Due ragazzi sono violentati: per la stessa esperienza uno diventa violentatore a sua volta e l’altro invece si impegna nella vita affinché le violenze non avvengano. In un mondo dove è facile dire bugie per te tutto è bugia, per me invece è proprio per questo che la realtà è ancora più importante da rappresentare. E ognuno resterà legittimamente nella sua opinione. Ma ne stiamo discutendo e ne discuteremo, pensando, e anche questa è vita...

PIERONI: Certo Carlo, vita, e in fondo il cerchio si chiude sugli assunti iniziali: l’intenzione del fotografo (e dunque credo anche la sua onestà) e l’irrisolta ambiguità fotografica...

 
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